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3/23/2008

Questi scogli, questo mare

Non potei consolare B. in nessun modo. Solo piansi, con lei, il distacco prematuro, lo strappo deciso del foglio, una delle due metà volata via, spinta dal vento.
Non ritengo plausibile si passi a miglior vita; si torna, semmai, in un grembo, buio caldo nutriente, la terra, la madre, lontani da chi, col tempo che in superficie scorre più rapido e denso di eventi, infine dimentica.
Non faccio mistero di disprezzare il Dio delle scritture, antidoto dell'uomo alla propria mortalità, e all'incapacità di trovare -in natura- qualcosa che motivi (benedica?) la sofferenza dovuta all'esercizio del potere (politico, economico, culturale, morale, sessuale) di alcuni su altri. E come potrei amare un padre che sempre rivendica la proprietà di quelli che chiama <<doni>>?
Non chiedo gli alimenti, preferisco che la mia povertà resti tale, e guai a riempire il vuoto: è la mia cassa armonica. Il mio continuo formulare domande ha poco a che fare con l'affannosa ricerca delle risposte, ragion per cui anche la fede nel progresso mi è estranea, chè sempre di fede, antagonista del mio scetticismo, si tratta.
Ho l'impressione, poi, che il sentimento religioso occidentale per assurdo scaturisca, non diversamente dalla sua controparte atea, dal bisogno di razionalità, ovvero di motivazioni. Al bambino che chiede il perchè di ogni cosa, i genitori raccontano piccole bugie, o mezze verità edulcorate. Un adulto mediamente istruito del XXI secolo mal sopporterebbe di essere ubriaco di filastrocche, ecco allora che sazia i propri appetiti spirituali con i versetti della Passione. La speranza nella redenzione, la prospettiva del paradiso, sono stati e restano efficaci richiami per trasferire il gregge dal pascolo all'ovile - me ne accorgo qui: gli irlandesi sono troppo genuini per adottare l'Inferno come paradigma educativo. Ma alcune pecore, quelle più corrotte dalla filosofia, colpevole di aver fornito il cemento logico alla teologia, sono tanto più mansuete quanto più consapevoli del macello; è dunque il racconto, la rappresentazione del dolore ineluttabile (perchè associato univocamente alla morte) che fa rassegnare quest'ultime alla vita come sacrificio, alla sottomissione come etica necessaria.
Niente superuomini in vista, non ancora. Fin troppi subuomini, invece, in preda al delirio inchiodati a croci Ikea: le hanno montate, non riescono a disfarsene, le hanno pagate pochissimo, e pure si lamentano della qualità scadente. Il pontefice in carica vezzeggia questi neo-stoici, vanitosi della propria infelicità fai-da-te, mentre rimbecca gli ingenui ancora attratti dal messaggio di amore, gioia e festa che il Nazareno, tra un miracolo e l'altro, portava agli intransigenti della Torah. E non avremmo bisogno forse che altri ribelli scuotessero le mura dei nostri edifici? Oppure il gioco non vale la candela, ed è meglio che ognuno si ripari nel credo che più si adatta alle proprie mutilazioni e menomazioni?
Ma il mio corpo non è un mero perimetro: non contiene un'anima a lunga conservazione, bensì la impasta e immediatamente la sforna per darla in pasto ad amici, traditori, giudici e guardie, prima che diventi rafferma. <<Questi scogli, questo mare sono la tua verità>> mi dicesti a Dùn Laughaire per alleviare uno sciocco malumore, e riportarmi alle cose importanti (per me, per noi). Non ti sbagli, io sono qui come sono laggiù, fin dove i miei sensi arrivano e traggono il piacere che solo la materia può dare loro. Mentre scrivo, un sole ancora invernale non riesce a scaldarmi le mani appena sciupate dai lavori domestici ma non vecchie, mai vecchie, mai giunte. Ho provato la tensione metafisica e ho saputo scioglierla: con un tuffo nel vuoto che si è rivelato di erba, di roccia, di sabbia, di acqua, di carne, di sangue. Chi conosce il piacere (un piacere pieno, luminoso, non perverso, condiviso) ritorna innocente, ritorna innocuo: non può più fare del male. Suppongo che un vangelo tanto semplice non possa essere oggetto di catechesi. 
2/17/2008

Prospect*

Quando l'autoindulgenza cede il posto a uno sguardo spietato sulle cose, mi ritrovo a pensare che la cultura scritta - non solo quella stufata nei manuali scolastici e masticata controvoglia da bocche senza appetito, ma anche quella in cui nutriamo netta fiducia, persuasi che anni e anni impegnati a digerire bocconi talora indigesti dimostrino, da soli, la validità dell'alimentazione - tutta la cultura dunque, non sia che carta straccia, ossia stracciabile in quanto cartacea, testuale. E ancor più dell'analfabetismo di ritorno, ancor più del ristoro serale che laureati con lode trovano in Un posto al sole, ancor più dell'epidemia di disinteresse per lo studio di quanto di più encomiabile è stato concepito da menti e dementi illustri, mi muove al disprezzo l'esatto contrario: la superbia di chi padroneggia la conoscenza, e come un padrone geloso la conserva in formalina, al sicuro dalle incursioni dei non troppo numerosi spiriti iconoclasti.
Da quasi un mese vivo distante dalle piccole care abitudini che, melensaggini a parte, mi rendevano simile alla Beth alcottiana; dalle fusa di Oscar e dal suo puntuale pianto strappalacrime per entrare nella mia stanza, e poltrire sul letto tutta la mattina; dalle brevi attese che separavano i nostri appuntamenti, mai abbastanza romantici da evitarci scontri e riappacificazioni su argomenti religiosi o sociopolitici; distante dalla mia noia e dai miei entusiasmi, dall'immagine che avevo di me - la stessa che dopo notevoli sforzi riuscivo a dare di me, senza particolari censure.
Ma la vita è un continuo duetto con la morte! Primedonne, vorrebbero entrambe esibirsi in un assolo ciascuna, e non possono. Insieme stonano, spaventano il pubblico, poi lo affascinano, e lo convincono che sì, il canto più bello è questo, a due voci - inizialmente dissimili, poi fuse in una, infine identiche. Non ho tuttavia cercato in fondo al terzo cassetto corda e sapone, ho preferito la banalità rassicurante di un biglietto aereo. Meno banale del previsto è stato invece rinunciare a gran parte della mia persona (la maschera da cui uscivano le mie parole, in italiano, e sonore giungevano fino ai posti sì lontani dal palco, però mai oltre le Alpi) per vestire panni d'immigrata, reinventarmi in un inglese che, per quanto fluente, non è la lingua del mio pensiero, del mio carattere, della mia poesia - attualmente oggetto di scarsa attenzione. Mi sveglio dunque senza il peso di posizioni vecchie quanto fossili, e sono tanto leggera e libera quanto insicura nei passi: avanzo a gattoni, tocco e mordo tutto quello che mi si presenta davanti, modello il pongo, e reimparo a parlare.
How do I spell that? El, ai, ef, i. File di corvi grassi quanto tacchini osservano dai rami e dai cornicioni i miei progressi, qualche gabbiano mi saluta tracciando un volo acrobatico sopra il parcheggio del Tesco.
Per questo, quando vedo e ascolto - anche e soprattutto qui, in questa terra di patate bollite e birre scure, angeli custodi e tradizioni ostinate - gente sazia, distratta, assopita, cieca, un antico disagio si mescola a una rinnovata nostalgia, quest'ultima non certo rivolta a uno Stivale indaffarato a garantire un futuro ecoinsostenibile ai feti, nè ai legami lasciati luccicare al sole, sospesi come ragnatele, bensì a un tempo - sfocato nel ricordo - in cui non conoscevo l'insofferenza per ciò che si ostina a sopravvivere alla propria morte. Vicino a me, qualcuno, più caldo e buono che mai - forse era mia madre, forse c'eri anche tu? Con tutti i modi dell'amore cercavate di posticipare il mio incontro col mondo.
 
*Situato a nord di Dublino, il Prospect è il cimitero cattolico più grande d'Irlanda. Fu costruito nel 1832, vi è ambientata parte dell'Ulisse di Joyce.
12/31/2007

Casa

Tutti pensano, nascendo e poi avviandosi alla vita, che qualunque cosa possa capitare una madre amerà sempre suo figlio. E' un errore e insieme un'illusione. Le persone si amano finchè si hanno sotto gli occhi [...] se cessa la continuità, e la presenza, cessa anche l'affetto. Me ne accorsi amaramente a casa di mia madre. [...] Nella sua stanza da letto aveva una sfilata di ben otto bambole di varia grandezza, disposte su un canapè. E fotografie mie da bambino dappertutto. A un certo punto aprii la sua stanza da letto, e con un soprassalto vidi una specie di grosso nano roseo seduto su una poltrona. Non era un nano, era un bambolotto. Ridendo mia madre me lo fece vedere: lo portava per mano e il bambolotto, grazie a un meccanismo particolare, andava avanti da sè con le gambe come se si fosse trattato veramente di un bambino a cui si insegnano i primi passi. Era un oggetto mostruoso, sia per la plastica color rosa cipria di cui era fatto, sia per la parrucca nera e riccia, sia per quel modo malato, da poliomelitico, di muovere quelle gambe mentre mia madre lo portava per mano e gli parlava come se fosse stato veramente il suo bambino [...].
Vedevo quella donna ormai vecchia e grassa aggirarsi per la casa, aprire uno dopo l'altro i grandi armadi dove conservava ogni cosa e di anno in anno l'aumentava, aprire un cassetto e mostrarmi, una per una, le minuscole camicie, le mutande, le cuffiette di me neonato, che manteneva in religiosa pulizia.
[...] La sua maternità, anzichè progredire e svilupparsi con il passare degli anni in un sentimento più maturo e complesso, da adulti, era rimasta ferma all'epoca della sua gioventù e della mia infanzia. Provai un profondo senso di pena e di ripugnanza. Così facendo mia madre era più lontana che mai da me, crudelmente lontana.
 
(da G.Parise, L'odore del sangue, 1979?)

11/3/2007

La chiave

Ho sceso anche l'ultima rampa di scale,
non trovo l'uscita, è questa la chiave?
La donna delle pulizie mi scambia per un'altra
macchia che non viene via e là mi lascia
a improvvisarmi esperta del pianoterra
senza una bussola, senza una mappa.
Spingere, tirare, se non c'è scritto non so
indovinare. Dicevi? Che stai davvero male
se non ricordi quanta farina va messa
e quanto sale? Io non ti aiuto per niente,
impasti il mio amore nato convalescente.
Ma tu non lo sai e io non voglio parlare
un qualche dialetto sentimentale (se tocchi
il cielo, sta' sicuro che cade).

10/3/2007

L'idea, la parola, l'illusione [again and against]

Estate residua, guardo A. sbucciare controvoglia la sua mela-patata (tanto farinosa da convincerla dell'esistenza di un complotto ortofrutticolo, il cui fine sarebbe quello di farle mangiare merda) e lentamente risalgo dalle dita sulla fettina indigesta ai polsi, dai polsi alle braccia ossute, dalle braccia ossute alle maniche della t-shirt bianca. Leggera. <<Ma quanto caldo non era, oggi?>> chiede, e la risposta esatta non andrà espressa in gradi centigradi, bensì in punti esclamativi. Tuttavia, l'isterico cambio di stagione fornisce non solo la giustificazione infallibile a ogni malumore generale, ma anche un'occasione per abbandonarmi al discorso sul tempo come una frivolissima oca inglese, ombrellino anti-uva e chiacchiere anti-età: ben vengano smalltalks e pretesti, soprattutto se i testi non sono ancora leggibili - sebbene non dubiti che L. saprebbe trarne ispirazione, anche solo sfogliando qualche pagina al contrario.
Estate residua, un sole tinta tuorlo tramonta sull'avatar dei coniugi Vedovato, entrambi classe 1900 - anno in cui morì Federico, il nostro giardiniere, mentre nei supermercati LIDL regalavano, in allegato a una sega circolare, una bibbia alternativa per quei pensierosi che, pure a un passo dalla propria coscienza, avrebbero preferito arricchire i propri sogni di particolari filmici per meglio intrattenere l'analista, o annoiarlo a morte. Certamente più interessante sarebbe scoprire, con un impermeabile da detective, cosa nascose la signora Vedovato sotto la gonna nera alle caviglie. Desideri adulterini, armi bianche, qualche pidocchio? Una piramide avrebbe offerto questo tipo di informazioni, un brutto primo piano in bianco e nero no, non riesce a raccontare la storia, nè mi invoglia ad inventarne una. La foto del marito, "mancato all'affetto dei cari" pochi anni fa, quasi centenario, è invece a colori, e fa pendant con gigli di stoffa odorosi quanto gigli veri - sorella pioggia annaffia anche dove non serve, e la muffa ringrazia.
"Mancare all'affetto": formula abusata quanto onesta, se è vero che si vive di relazioni, più o meno appaganti: allo stesso modo, verremo a mancare all'odio dei nostri nemici, all'olfatto inquisitore di madri contrarie al consumo di droghe leggere, all'invadenza dei curiosi, all'incomprensione degli amanti. L'individualismo è un credo largamente condiviso, forse più condivisibile di qualsiasi barzelletta, politica o religiosa, che abbia come protagonisti un gregge sovrappeso e un pastore digiuno da quaranta giorni, o viceversa. E' il concetto di "individuo" che a mio parere andrebbe ripensato nell'ottica - magari primitiva - dell'appartenza agli altri, al loro sguardo, alla loro creatività. L'Io abita un recinto costruito da una boy-band di intellettuali tuttora indecisi se LEGNO è idea, parola o illusione, quindi scavalcabile dall'esterno da chiunque, che indossi un paio di calze a rete o una tunica; per fortuna: se non ricevessi mai visite, di ospiti, di ladri, di idraulici e profeti, sarei solo IO - l'idea, la parola, l'illusione.
A. lascia mangiare noi una mela-mela e prima di buttarci fuori di casa ci dà due foglie di fico, così non prendiamo freddo. Ma l'ingegno non ci manca: trasformiamo un parcheggio vuoto nel paradiso terrestre, i cipressi in alberi da frutto; sento nel cuore non l'odorino amaro del prunalbo, ma quello dolce delle fragole che dividemmo in piazza San Babila.
9/12/2007

[(D + A) / 2] + E

T. racconta i propri dispiaceri sentimentali con la pretesa riservatezza di chi accenna al danno, ma non chiarisce le circostanze, lamenta il dolore, ma non sa dove gli fa male, pertanto rifiuta ogni terapia. Nei suoi occhi dietro le lenti rettangolari, scuri e tristi, leggo una storia che già conosco, scritta in una lingua che padroneggio fin nelle sfumature, ma che ora cerco di usare il meno possibile: come lo straniero si impegna ad apprendere l'idioma del paese che lo ospita, così io mi alleno a ripetere i vocaboli nuovi, le frasi dalla sintassi inedita, che sento quando appoggio l'orecchio sul tuo cuore, suoni puliti che vincono il rumore del traffico bolognese, gli schiamazzi giù in strada. Ricordare com'ero, e farlo attraverso la vita altrui, è un esercizio che vorrei eseguire con classe e fredda precisione, senza strangolarmi nel nastro che si riavvolge, senza mancare la ripresa delle clavette che ho lanciato con eccessiva forza su, in alto, verso i neon. Con T. non ci riesco: o le ballerine sono troppo strette e non riesco a saltare, o sono troppo larghe e me se ne sfila una, poi l'altra, e resto scalza sugli specchi rotti. Che fare? Guardare in basso e ammirare il mio ritratto più fedele (un puzzle a cui manca sempre un pezzo, e mai lo stesso) o concentrarmi su un'esecuzione ormai compromessa? La seduzione è narcisista, chi seduca chi è una questione che lascio a Baudrillard; quel che so per certo è che il petrolio dell'immedesimazione non mi invischia più le ali da tempo. Riprendo la serie di corse ed equilibrii nella porzione di tappeto dove non ci sono schegge. Ah, come sono goffa ancora! La fine della musica non prelude nè all'applauso, nè al podio. Ma, amore mio, nello specchio mai troppo pulito dello spogliatoio oggi non vedo nè te nè me: non siamo che in noi, e non ci scambierei per l'oro.
8/9/2007

Poetica

Colline, dinosauri addormentati che presto apriranno le fauci e - in un sol boccone! come i lupi cattivi - divoreranno i binari, l'IR Bologna-Venezia, le obliteratrici guaste in fondo e in cima alle scale, chi aspetta di salire e chi si affretta a scendere alla stazione di Monselice. Apriranno le fauci e - magari a piccoli morsi, come Cappuccetto Rosso con le focaccine - divoreranno anche me, e le ultime stoccate di un magistrale Pratolini. La costanza della ragione: quante bugie smascherate, sull'uomo, da un uomo! Sembra davvero che la ricetta per il romanzo perfetto abbia due soli ingredienti: invenzione e verità, due sapori che un autore capace fa esaltare a vicenda. E non credo che la vita si amalgami diversamente, il realismo è la coscienza degli effetti che produce l'aver sbagliato dosi. Anni fa - parlo di quel liceo in cui i miei sodali, al contrario di me, erano in preda alle classiche letture (dis)educative, all'estetismo del vate, all'erotismo del mugnaio, ai paradossi del busone, all'ipotassi del miope - non mi lasciavo coinvolgere dai romanzi se non per una questione didattica, per imparare a scrivere, banalmente. Più tardi, quando pensavo avrei messo da parte i libri per dedicarmi... alla vita? sono tornata ai testi, ovvero all'unico, pur conflagrato in opere e penne diverse, Testo, con il presentimento che si trattasse, per me, di un percorso obbligato. Intendiamoci: la letteratura è una tavolata con pochi posti liberi, e se chiedo <<dove posso trovare una sedia?>> i commensali mi danno una sega e mi indicano il bosco - compreso Giovannino, coi baffoni pasticciati di ragù; d'altra parte, non mi interessano eventuali riconoscimenti di un non-lavoro, troverei anzi scandaloso far pagare quello che posso regalare. Quello che mi preme è (continuare a) provare quel sentimento di immortalità, di appartenenza alla storia e alle storie, che si rinnova ad ogni lettura "affine" e ad ogni composizione "ispirata"; dunque non sono una outsider: non faccio altro che cercare ad uno ad uno i miei padri e ascoltare quello che hanno da dirmi, prima che i colli euganei smettano di riposare come innoqui residui dell'orogenesi e si sollevino e mi trangugino, com'è giusto che sia. Chi frequenti l'alcova del linguaggio, sa come la Parola richieda fantasia, forzature, manomissioni e omissioni, sia che la si omaggi quale mondo a sè [poesia] sia che la si voglia usare per conoscere il mondo [poesia e scienza]. In sintesi, un diario non è più reale di una commedia. Vivere anche l'amore come una disciplina della verità, ovvero di revisione, smascheramento e demistificazione, tuttavia in grado di abbellirsi e alimentarsi di miti, giochi e seduzioni è un traguardo sentimentale che, prima d'ora, non ritenevo alla mia portata. Ma la conquista (a quattro mani?) di una personale coerenza ha coordinato il respiro, ridotto gli strappi muscolari e migliorato lo stile, se non i tempi.  
7/1/2007

Itamae san

Allungami il canovaccio. Certo che so improvvisare, ma mi serve una traccia, le grandi linee, una carreggiata, le pietre miliari. So anche che se non asciughiamo bene le stoviglie resteranno dei segni, ok <<non è sporco è solo calcare>> ma, posso scommetterci, la signora C. solleverà un sopracciglio per dirmi che non sono abbastanza... sì, per carità, sono... ma non abbastanza... Dame sta canevassa, va, e passa il Cif sul piano cottura. La tv è sempre sul terzo, Augias dirige con classe danze disordinate; invita preti esorcisti e critici musicali barbosi a esprimere il loro punto di vista su questioni psichiatriche; divide le interviste tra scomode (al tavolo) e rilassate (sulle poltroncine); domanda a Dario Argento se ha paura della morte; si riaggiusta il ciuffo d'acciaio durante le pause pubblicitarie. Il risultato è che adesso S. vuole procurarsi le canzoni di Charles Manson: la voce somiglia a quella di Gallo, ma è la voce di un qualsiasi californiano senza muscoli, è la voce di chi non avrebbe avuto o dato nessun fastidio se fosse nato e cresciuto in Finlandia - ricordo la cartolina che mi spedì la Zago da lì, il verde era più verde, il blu era più blu, e una barca attraversava un corso d'acqua trasparente. Al pensiero di camminare sulla polvere che mi entra nelle scarpe, nei vestiti, negli occhi, nelle ossa, associo invece immediate fantasie omicide, un rivolo di sangue bordeaux come via di fuga a un incubo ocra. Chissà come sta M. nella città degli angeli, se è blue, se è bordeaux, se gira per strada armato, se si è lasciato crescere i capelli, se crede ancora in Dio, se mangia abbastanza verdura, se conta di festeggiare il suo compleanno, domenica prossima. Se non fosse che la mia barchetta di carta si inzupperebbe subito nell'Atlantico, lo raggiungerei in men che non si... Ma devo finire i piatti, sorbire una predica perchè non uso i guanti, piegare in sei la tovaglia, riporla nel cassetto delle posate e fingere di non vedere che c'è il coltello perfetto per una cosa che vorrei mi facessi - il sushi, mio caro, il sushi. "Il cuoco di sushi deve avere altri pregi, anche di carattere: deve saper conversare, essere molto educato, puntuale, pulitissimo, deve saper capire e prevedere i desideri dei clienti" (Graziana Canova Tura, Il Giappone in cucina, p.158). Augias s'è perso a parlare di rock e demonio, ma che il male attecchisca dove non c'è bellezza, questo ancora nessuno l'ha detto.
6/12/2007

La mosca

Le caramelle all'orzo, scure e quadrate,
il falso refrigerio dell'acqua frizzina.
Che ci faccio ancora viva? Ero sicura
avresti appeso la carta moschicida
o difeso la casa col veleno abituale.
Invece mi lasci planare sulle marmellate
saggiare il sudore di tua madre in cucina,
redarre i sintomi della morte estiva.
Fuori l'asfalto bolle e inscena miraggi,
perchè mi incoraggi ad allestirne altri?
Che tu ci creda o meno, quando mi fermo
a misurare il palco della tua mano destra
con la sinistra mi scacci, e viceversa.
5/24/2007

Le briciole di Hansel

<<Ti ricordi la tua sciarpa?>>. Quella che mi hai perso, come no. Era brutta, ruvida, color crema, teneva caldo, tu avevi freddo, così passò dal mio collo al tuo. La cosa ti sorprese. <<Era bella>>. Era brutta, ma su di te stava bene, dava un tocco glam alla tua aria strana di travestito, con quella bocca viola per il gelo e quegli occhi... Quegli occhi da donna che chiedono sempre qualcosa. Già allora avevo l'abitudine, pessima, di lasciare in giro i miei oggetti, dimenticarli, prestarli, regalarli, e non è per distrazione, educazione o generosità che un cane piscia sui tronchi - Fiore lo sa. Ma tu non lo sapevi, ti sarò sembrata solo gentile o innamorata (della tua bocca viola, dei tuoi occhi da donna). <<Chissà dove l'ho persa, mi è durata ben poco...>>. Eppure la sentivi così tua! Annodata due volte e ancora lunga, era l'unica cosa pulita e inodore che avevi addosso. Poi, con la sciarpa, ci siamo persi anche noi, di vista, di olfatto. Il tempo si industria a cambiare la segnaletica, a spazzare via le briciole di Hansel, i sassetti di Gretel; peccato che la strada non sia stata ripulita così bene dai miei promemoria: ti ritrovo dietro un post-it che ti incolla le labbra (lo stacco subito, non temere). In effetti, questi dialoghi sono immaginari, tu non ricordi la storia della sciarpa nè l'afa di oggi incoraggia il déjà vu. Ma t'è rimasto del marzapane incastrato tra i denti (lo stacco subito, non temere).
5/5/2007

Che si tratti di una leggenda?

"Colui che annega si allaccia a chi vuol trarlo a riva, per salvarsi, e non pensa che può affogarlo con sé"
(da Sergio Corazzini, Il traguardo)
 
Mi trovo in un paese straniero, è questo che penso quando ci incontriamo. Portiamo entrambi vestiti di seconda mano, partoriamo pensieri di prima scelta, conosciamo l'ottavo senso. Non basta. Mi muovo con circospezione, ci sono trappole ovunque e leggi che potrei, per ignoranza, violare. Un sipario di pioggia fittissima scende sui luoghi dove un tempo viveva un uomo capace di curare ogni male con le erbe, un guaritore, uno stregone: il Mago di M. Che si tratti di una leggenda? Che importa! Forse è da te che ho imparato, o forse ero io che tentavo di insegnarti, che tutto è reale e irreale in egual misura. E i morti abitano questo mondo quanto i vivi.
I nostri vicini, mi dice Sara, sono dei vecchi padovani in esilio, li odio, hanno un accento orribile.
Bah, io odio Padova, dichiaro senza convinzione mentre le unghie dei miei pollici lottano contro l'indole riservata di un pistacchio, però alla cadenza del nostro dialetto non faccio più caso, un veneto che apre bocca non mi dà più fastidio di un veneto che tace.
Lei mi risponde qualcosa in sloveno, la variante dello sloveno che si parla nelle valli del Natisone, un suono dolce, quasi un risucchio, un bacio schioccato all'aria che torna un'eco sinistra. Prendo Arthur Schopenhauer per la collottola, lo fisso nelle iridi verdi, lo faccio giocare prima con l'orlo delle mie maniche, poi con l'arcobaleno del tuo maglione. Gioca coi fili, piccino, per educarti al pensiero del tuo illustre omonimo c'è ancora tempo - sì, mi diverte illudermi che avrò del tempo per trasformarmi da minaccia aliena in presenza domestica.
Ma è sempre ora di andarsene. Nessuna radice, nessuna bacca, potrebbe farmi ricrescere le braccia (quel tanto che serve a stringere un qualsiasi legame) nè ricucire i lembi di questo foglio strappato. La tua rosa di carta è un crisantemo.
4/14/2007

Le lenti

 
Lontano sei lontano. E queste foto
sono bugiarde. Tenere gli occhi chiusi
fino al ritorno? Una promessa
fra le tante che andavano infrante.
Vicino eri lontano. Io mi infilavo
i tuoi occhiali per sbalordirmi nel dare
misure retoriche alla tua presenza
(tu non pulisci le lenti) ma eccoti il viso
gigante sfocarsi. Capisci? Io amo
quel farsi più assenti. Lontano,
resta lontano. Ci divertiamo
col fuso orario.
4/1/2007

Ballo di gruppo

(...)
Il suo veleno vomita
sul Pane e sul Vino.
Allora andai verso un porcile,
mi giacqui tra i maiali.
(
W.Blake, Io vidi)

Fiore, è in sogno che ti scavo le orbite col cucchiaio. Bulbi oculari di cremoso gelato al puffo, gnam. Ci vorrebbe lo stuzzicadenti lungo con in cima il pennacchio di striscioline colorate che cadono a fontana come un fuoco d'artificio congelato al culmine dell'esplosione... p-pum! Decorazione iperrealista per onirico dessert. Ho in bocca il tuo sguardo, è per questo che riesci a vedere dentro di me. Il merito è mio, nel sonno lo so con certezza, e sputando le ciglia nella salvietta stabilisco la corretta gerarchia: io padrona di casa, tu ospite. Poi ci si sveglia, e le cose tornano a funzionare alla rovescia. Tu hai di nuovo le palpebre e mi punti contro come abbaglianti gli occhi a trivella che scrutano e affondano, e dubito ne avrai mai abbastanza di cercare segnali, interpretare gesti, catalogare azioni, trovare il colpevole. Allora dimmi, biondino slavato, chi è stato, chi è stato? Il cattolicesimo o il capitalismo? L'aria annebbiata o la sabbia-che-seccatura? Milano da bere? Mamma RAI?  M'ama o non m'ama? Carol? Craxi? No, non tirare in ballo il bisatto, ballerebbe il liscio e viscido viscido salirebbe sotto la gonna della bagascia di turno, smerdandola. Oppure sì, tira in ballo chi vuoi, un ballo di gruppo liberatorio per ricordarci che nessuno è innocente, nessuno è pulito, nessuno la racconterà mai giusta, le albechiare esistono per essere stuprate. Desiderio e violenza, se mi guardo intorno non vedo molto altro. Tu, occhi splendidi, vigili, clinici, mi aiuti a dare nomi storici a drammi senza tempo, suggerisci piste d'atterraggio materiali ai miei voli metafisici, cestini con spontaneo cinismo le mie soap-opera in versi. Grazie. Quando saremo vecchi, ti svelerò il più terribile dei segreti: a me il gelato al puffo non piace.

3/15/2007

La baracca

La gente entra nella baracca, prima infangano la baracca, poi infangano me, la gente infanga tutto con i suoi luridi occhi, penso. [...] Io devo stare nell'isolamento. E' assolutamente assurdo credere che uno come me posssa tanto facilmente rinunciare a tutto ciò che è e scomparire tra la massa. La massa riconosce ben presto queste balordaggini e ti distrugge o cerca comunque di distruggerti. La massa espelle una persona come me che si è messa nelle sue mani al cento per cento, senza pietà, come un corpo estraneo. Visto che la massa mi rigetta, non ho altra scelta che cercare una morte dentro a me stesso, fintanto che questo presenti ancora qualche interesse per me. E poi? [...] E' tutta menzogna ciò che si dice, questa è la verità, egregio signore, le belle frasi sono il nostro carcere a vita. Io mi dico di tanto in tanto molto seriamente che tutto è inganno soltanto a causa della solitudine, dell'isolamento, per colpa mia. [...] Quando sono solo voglio trovarmi tra la gente,  quando sono tra la gente voglio stare solo, questa situazione si è protratta per decine di anni. A volte li detesto, altre volte detesto me stesso in mezzo a loro, conosco questa situazione. Sempre frasi fatte altrui, per poi scoprire che sono le nostre stesse inette frasi che stiamo ascoltando, la nostra sconfinata inettitudine, la nostra sconfinata mancanza d'amore, il nostro odio sconfinato, egregio signore. [...] Proprio coloro che conosciamo da più tempo, le persone che ci sono più vicine, parlano il linguaggio che ci è più estraneo. [...] Parliamo con qualcuno, egregio signore, e sappiamo che costui ci capisce, eppure allo stesso tempo sappiamo che tutto si regge su un equivoco. [...] Tuttavia continuamo tutti ad esprimerci solo nel linguaggio che nessuno capisce. [...] Provi a squarciare il pavimento della baracca e farà delle scoperte terrificanti. Un uomo come me è un uomo pieno di artifizi, in perenne attesa che venga qualcuno e glieli mandi tutti in frantumi, semplicemente spaccandogli la testa, egregio signore.
(da T.Bernhard, La partita a carte, 1969)
2/22/2007

Il salice

Ti perdo come si perdono i denti da latte
e senza averti legato col filo alla porta,
senza aver chiuso la porta. Sopporto il vuoto
col vanto di un salice cresciuto storto,
se non rido è perchè volendo posso
sceneggiare un declino da attrice morta
tra un Tempo usato e uno sputo di rosso
(copione perfetto, un ruolo tragico
da siparietto). Ma già la lingua si spinge
nei sopralluoghi precoci della gengiva
per sentire se qualcos'altro sorge
dove il tuo nome, chiamato altrove, s'è tolto.
I rami stanchi si curvano e tra non molto
sapranno toccare la terra che viva
tiene sepolti gli incontri bianchi: incisivi
o molari, passeggeri, tutti uguali.
2/15/2007

La natura delle cose

"Ho sentito nel mio cuore due sentimenti contradditori: l'orrore della vita e l'estasi della vita. E' una caratteristica del pigro nervoso" (da C.Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo)
 
Ho sempre immaginato Lucrezio in costume, unto di crema schermo totale, disteso su una sdraio, berretto con visiera, occhiali da sole e granita alla coca-cola in mano. Non avevate notato la bandiera rossa? Perchè state facendo il bagno tra quelle onde, oh uomini? sembra chiedersi, mentre il ghiaccio si scioglie nel bicchiere di plastica e ogni domanda suona squisitamente retorica, come una dolce monotonia che ovatta le urla provenienti dall'acqua. Con la scusa che non so nuotare, sono rimasta da sola in riva a costruire un castello. Mi tengo impegnata a decorare le torri con cura maniacale, progetto il ponte levatoio, scavo il fossato vincendo il fastidio della sabbia che si infila sotto le unghie e secca la carne delicata dei polpastrelli, getto i mozziconi di sigaretta e conservo gli stecchini dei gelati. Ma eccoti qui. Ti ho sentito arrivare ciabattando e ti vedo, sì, ti vedo anche se ti do le spalle. Ti siedi vicino a me e con la gentilezza del savio che parla al matto mi spieghi che è ancora febbraio, devo coprirmi se non voglio ammalarmi, devo smettere di alienarmi, devo provare ad ascoltarti: l'amore si fa in due, non c'è più posto per i miei fantasmi. Colpita nel vivo, devo ricambiare. Il mare adesso è calmo e tu - che non sapevi nuotare - fai il morto con eleganza intraducibile. Una superficie senza increspature, potevo destinarti tomba migliore? Lucrezio non beve più, mi lascia il resto della granita. Tiepida, disgustosa, per riempire il fossato andrà benissimo.
1/25/2007

Domani [to catch, not to pick up]

"Devi soffiare piano, così. A meno che tu non voglia cento piccole bolle, allora sì, in quel caso dovresti soffiare con decisione e rapidità. Ma noi ne vogliamo una sola, e grande, una sfera iridescente dove poter leggere il futuro, il tempo che farà domani, il tempo che farà tra un anno, una sola, e grande, mi sbaglio?". Ma riecco quello sguardo, riecco la bambina crudele che non ha mai fatto male a una mosca perchè aveva le dita impegnate a stringere le farfalle per le ali.
Cento piccole bolle riempiono la stanza, ti diverti a scoppiarle una dopo l'altra. In quel momento ti vedo altrove - passeggiare e tracciare il tuo percorso pastello, così leggero sul foglio bianco, fermarti a qualche metro dal corpo di Walser, ancora troppo distante per capire che non si tratta di un tronco. I tronchi non portano la sciarpa. Ti vedo guardare il cielo, accorgerti della neve che scende, lanciare a te stessa una semplice sfida e aprire la bocca per mangiare i fiocchi, cento piccoli fiocchi, uno dopo l'altro. Com'è bello afferrare le cose al volo, prima che cadano! E' senz'altro meglio che piegarsi e raccoglierle da terra, mi sbaglio? To catch, not to pick up.
Domani non nevicherà, nè pioverà, forse ci saranno più di tre colori in tutto e arriverà qualcuno di corsa a dirmi che mi ero sbagliata, che quel cadavere non è il suo, che anzi quel corpo non è un corpo ma un tronco - allora chissà chi si è dimenticato la sciarpa, e che senso avrà avuto togliersela, in inverno? Qualcun'altro poi confermerà che lui è ancora a Herisau e che, d'accordo, non scrive più una pagina, è completamente pazzo, ma è lì, è vivo, e se mi va posso passare a trovarlo. Solo non devo sperare che mi sveli l'esatta alchimia di acqua, sapone e fiato per fare bolle più grandi di uno sputo.
12/19/2006

Maschere

<<Ha proprio una testa adatta per mettersi in costume>> ripeteva, e certo voleva con ciò dire che tutto mi stava bene, che ogni mascherata assumeva con me un'aria di naturalezza. Comunque fossi travestito - suonatore di flauto romano dalla tunica corta con una ghirlanda di rose nei capelli neri; paggio inglese in farsetto di velluto con collare di pizzo e cappello piumato; torero spagnolo con giubbetto luccicante e feltro a larghe tese; giovane abate rococò col berrettino, il collaretto, la mantella e le scarpe a grandi fibbie; ufficiale austriaco in uniforme bianca con sciarpa e spada, oppure montanaro tedesco con calzerotti, scarpe chiodate e pennello di camoscio sul cappello verde: ogni volta pareva, e anche lo specchio me lo confermava, che fossi destinato e creato per quei costumi; ogni volta, a giudizio di tutti, davo inoltre la perfetta impressione del tipo di persona da me rappresentato. Il mio padrino, anzi, diceva che con l'aiuto del costume e della parrucca non solo parevo adattarmi ai paesi o alle classi sociali, ma perfino all'epoca corrispondente, delle quali, com'egli ci spiegava, ciascuna conferiva alle sue creature un'impronta fisiognomica comune. Io per esempio, se si voleva credere al nostro amico, travestito da giovane fiorentino del tardo Medio Evo, oppure ornato della fastosa acconciatura che un secolo posteriore donò ai signori del gran mondo, sempre parevo disceso da un quadro contemporaneo. Quelle erano ore meravigliose! E quando dopo simili divertimenti rientravo nella mia uniforme quotidiana, mi sentivo pervadere da una profonda nostalgica malinconia, da un senso d'infinita indescrivibile noia, e passavo il resto della serata in muto abbattimento.
 
(da T. Mann, Confessioni del cavaliere d'industria Felix Krull)
11/17/2006

Quella vera

"Ero giunto sulle soglie dell'adolescenza e ancora mi nascondevo tra le radici dei grandi alberi del bosco a raccontarmi storie. Un ago di pino poteva rappresentare per me un cavaliere, una dama, o un buffone; io lo facevo muovere davanti ai miei occhi e m'esaltavo in racconti interminabili. Poi mi prendeva la vergogna di queste fantasticherie e scappavo"
               (I.Calvino, Il visconte dimezzato)

Alle cinque è già buio, devo accendere la luce e abituarmi anche stasera all'ombra densa che dal tavolo si allunga, scende, risale e termina in piccola coda di cavallo su una parete da ridipingere. Vorrei non farci caso, concentrarmi su questo o quell'altro libro, ragionare come un'agenda per impegni e scadenze, entusiasmarmi perchè nel 2056 sapremo cosa pensano gli altri animali di noi, incazzarmi perchè Cacciari (tu quoque!) ritiene affascinante e nobile la religione consolatoria, al limite buttare via il Corriere di oggi - colpevole del (blando) entusiasmo e della (blanda) incazzatura. Ma lei è lì, informe. E forse delle due è quella vera, quella che non sa pensare a nulla, quella senza lineamenti nè espressioni, irrilevante, immateriale, tenuta in vita solo da una lampadina che -strano!- non si è ancora bruciata. Stasera che si fa? I. mi aspetta in piazza fra un'ora e forse si aspetta una delle mie performance clownesche, quella mia leggerezza dissacrante che tanto più piace quanto più censura parole e significati. In fondo, con i miei simili parlo sempre meno, e sempre meno profonde sono le corde che si riescono a toccare insieme. E' davvero difficile "sincronizzare gli orologi" e certe distanze, adesso come adesso, mi sembrano incolmabili. A molti di loro, Wendy l'ombra l'ha cucita addosso proprio bene, tanto che non si distingue dal corpo. E magari non si riflettono neanche negli specchi! La totale padronanza del presente mi sembra quel che di più vicino all'immortalità potessero raggiungere; dicono "io" e non stanno mentendo. Io? Mi suono pirandelliana e mi viene da ridere. Ma lei non ride, lei è serissima, lei quella vera.
 
"Capire, non è forse scindere l'immagine, disfare l'IO, organo superbo della disconoscenza?" (R.Barthes)
11/11/2006

Scorticato

La resistenza del legno varia a seconda del punto in cui si conficca il chiodo: il legno non è isotropo. Neanch'io lo sono: ho i miei <<punti delicati>>. Io solo conosco la mappa di questi punti ed è in base ad essa che io guido me stesso, evitando, ricercando questo o quello, conformemente a dei comportamenti esteriormente enigmatici; vorrei che questa mappa di agopuntura morale venisse preventivamente distribuita ai miei nuovi conoscenti (che, del resto, potrebbero utilizzarla anche per farmi soffrire di più).
 
da R.Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, 1977